Adventures of a homeless traveller...

Wednesday, April 25, 2007

"Faithfulness is to the emotional life what consistency is to the life of the intellect - simply a confession of failures."
Oscar Wilde - “The Picture of Dorian Gray”

Monday, April 23, 2007

I feel like framing this article in my bedroom! I liked it a lot. I especially agree with the last part about being in a diaspora, about cultural integration. No matter how conservative we wanna be and how attached to "our" values, society moves in that direction and people - with their cultural background and the many cultural interactions they're exposed to in today's world - move with it. Do countries and communities' values really reflect that much on people's values today as they did in the past?
Ideals change, understanding increase, and today's generation is much more aware of this than the past one. Too bad that is the past generation that is governing us and still has the power to scare us with its conservative, frightning thougts!
I hope everyone else enjoys it. Please leave a comment (if you understand it of course!), I would like to open a little dialogue about this
Ale



From the Moon we see the Earth as a ``whole'' – we see no borders, we see no boundaries, we see all humankind together and interrelated on this single small sphere

"Così nascono le nuove possibilità della nostra storia"
David Bidussa

Quello che segue è il testo dell’intervento tenuto dall’autore al congresso nazionale dei Democratici di Sinistra a Firenze 21 aprile 2007.

Credo che il nostro presente ci consegni una sfida culturale e politica cui non possiamo, né dobbiamo sottrarci. Questa si volge a come rispondere al nuovo entusiasmo religioso, alle identità forti di appartenenza, contro le identità ibride, plurime, molteplici che rappresentano la quotidianità profonda di ciascuno di noi. Di questo vorrei dire in questo mio intervento, secondo le parole del mio mestiere, quello dello storico sociale delle idee.

Qualcuno ha detto che questo non è un congresso di addio, di chiusura, ma è una tappa all’interno di un processo. In questo processo si trovano coinvolti individui che hanno storie ed esperienze diverse tutti accomunati da un aspetto: quello di sapere che la propria identità e la propria storia non esauriscono il profilo complessivo di quel soggetto politico cui stiamo lavorando. In breve la consapevolezza di essere contemporaneamente “a casa” e “fuori casa”; di essere in diaspora e non in esilio. E’ una distinzione importante e su cui torneò in conclusione di questo mio intervento.

Noi viviamo il passaggio alla società multietnica. La multietnicità non è una condizione naturale. Non riguarda il chi compone una società, bensì il come si rapportano tra di loro gli individui che ne fanno parte. La società multietnica non è facile. Ci chiederà di combattere. Prima di tutto con noi stessi, con la storia politica e sociale, con i simboli, con le parole, che ci portiamo dentro.

All’inizio della nostra storia sta l’idea di comunità e la convinzione che il domani, la società del futuro, sia una estensione infinita della comunità di cui noi facciamo parte. I grandi partiti di massa del Novecento sono stati questo: uno straordinario incontro di persone convinte che il futuro non solo li riguardava in prima persona ma quel futuro non sarebbe stato altro che l’estensione numerica di una comunità di cui già facevano parte.Questo modello è entrato in crisi quando ci siamo resi conto che occorreva prendere in carico la sfida interculturale. Una sfida che consiste nel coniugare un sistema di regole che vincola tutti con il fatto che la presenza di più soggetti obbliga a riconsiderare come tutti insieme stiamo in una società aperta, fatta di attori sociali e culturali differenti, ma che nel tempo si trasformano. Ciascuno e insieme.

“Contrariamente a ciò che in genere credono gli stranieri - ha scritto il politologo inglese Ernest Gellner – una tipica donna musulmana non indossa il velo perché così faceva sua nonna, ma perché sua nonna non lo faceva. Col velo la nipote festeggia la propria appartenenza a quel gruppo, e non la propria lealtà nei confronti della nonna”.Non vale solo per gli islamici. Nei processi di nuovo entusiasmo religioso non si celebra la continuità di un gruppo, bensì la sua discontinuità. E’ questa discontinuità a rappresentare la sua “contemporaneità”. Come scrive il grande storico Marc Bloch: “Gli uomini somigliano al loro tempo, più che ai loro padri.” Così anche per noi.

Abbiamo di fronte a noi due diverse sfide. Sapendole guardare e affrontare contemporaneamente noi saremo in grado di andare “con il nostro tempo”. Ovvero saremo in grado rispondere alle questioni che il nostro tempo ci pone.

La prima sfida riguarda il tipo di società che desideriamo per noi e che vorremmo dare in consegna a chi verrà dopo di noi, come risposta alle sfide della globalizzazione e della multietnicità nella nostra società. Possiamo decidere che vogliamo stringere con i nostri nuovi vicini di casa un patto di genetica della salvezza. In questa prospettiva chiediamo loro di smettere di essere ciò che sono; chiediamo loro - perché padroni a casa nostra - di aderire al nostro “Io”. Chiediamo loro di abbandonare la propria storia. Questa non è mai stata la nostra ipotesi.

La nostra ipotesi è stata l’idea che si potesse pensare a una società aperta e dunque a un patto di rigenerazione universale in cui ogni volta, ciclicamente, la nostra società è l’insieme di soggetti diversi che si incontrano e danno vita a nuove sintesi. Quei soggetti sono il risultato e la sommatoria di singole parti che si trasformano, si ibridano e dunque si modificano (senza dimenticare, tuttavia, che dobbiamo fornire i nostri nuovi vicini di strumenti che consentano loro di crescere con noi: ovvero una lingua con cui comunicare, dei servizi per cui la loro vita materiale sia decente, delle scuole per i figli,….).Dunque noi siamo per il patto di rigenerazione universale.

Ma questa scelta da sola non basta. Noi dobbiamo affrontare una seconda sfida.Nell’epoca della delocalizzazione, della cultura del “non luogo”, come ha detto l’antropologo Marc Augé, noi dobbiamo scegliere se optare per la dimensione dell’esilio o per quella della diaspora.Che differenza c’è tra esilio e diaspora? Fisicamente nessuna, si vive in un luogo che non è quello che si sogna. La differenza è mentale ed è rilevante.Chi è “in esilio” si pensa come un diaframma. Non solo aspira a tornare laddove crede sia il suo passato, riconoscendo a quel luogo la possibilità di continuare a esistere nella storia, ma ha un rapporto fermo con il proprio passato. Per esistere nella storia non si tratta solo di tornare, ma di rifare tutto quello che c’era prima. Pensarsi “in esilio”, significa essere culturalmente impermeabili al tempo. Considerare che le sollecitazioni culturali, i cambiamenti del tempo, il contatto con le culture diverse dalla propria siano una distrazione e un tradimento rispetto alla propria identità.

Chi è “in diaspora” si pensa come una spugna. Si trasforma nel tempo, si appropria di molte cose, e le rimescola più o meno coerentemente con ciò che si trasporta dal passato. In una parola si ibrida e si assimila.Noi dobbiamo essere diasporici per pensare a domani, con la consapevolezza che ciò non significa dimenticare la propria condizione di partenza, ma solo non pensare con nostalgia al proprio sradicamento. Le sfide che riguardano noi nella società multietnica, riguardano noi nella impresa del partito democratico.

Decidere non è mai facile. Soprattutto se decidere significa prendere congedo da una parte di sé. Lasciare alle spalle definitivamente qualcosa. La sfida è con quale prospettiva si compie questo passaggio. Nell’esperienza storica delle minoranze che sono transitate per luoghi non propri nel tempo, ogni nuovo spostamento richiedeva che si lasciassero cose perché non tutto era consentito portarsi via. Per mancanza di tempo, ma anche perché si doveva partire con poche cose. Ogni volta si trattava di scegliere. In quella scelta c’era lo strappo dal passato, ma anche la possibilità di trattenere nelle propria memoria quanto più possibile di quel passato. E poi di riconnetterlo, sempre diverso, mutevole, in una nuova condizione.

Questa è la diaspora. Non il rifiuto del passato, né l’impossibilità di averne uno, ma l’accettazione serena che il passato non si perde. Si riscrive e si rimodella attraverso le sfide del presente. Talora, forse, anche lo si ritrova, ma mai identico al prima e comunque senza tradirlo. In ogni caso il passato non dice chi siamo, ma è parte di ciò che diventiamo. Ha scritto Vittorio Foa nelle sue memorie: “La nostalgia del futuro è partire dalle cose amate per cercare”.Non c’è la fine della storia. Ma la nascita di una nuova possibilità. Questo siamo noi oggi. Ed è per questo che siamo qui.

Sunday, April 22, 2007

Feeling optimistic in this lonely night...

Despite the French elections' results, despite all the troubles the world's going through, I feel like if my generation, the Y generation - how they like to call us in business...y cause we always need a reason? no, business people are not profound like that, we just come after X, how sad... - aaanyways, I feel like if my generation stops being optimistic then we're screwed, we don't go anywhere. We need ideals and superordinate goals (oh god, too much strategic management crap here!) to move somewhere, to improve society, to improve lives, to enforce human rights everywhere!
Since lately I have been immersing myself in Indian thought, I'll go here with a quote by Gandhi, THE MAN!
"One must go through nationalism to reach internationalism, in the same way that one must go through war to reach peace."

Image:Gandhi studio 1931.jpg


Maybe he was just a good B.S.er, a good sales-man who knows how to turn every negative aspect into a positive one. Or maybe he was just a visionare, a genius who saw through pain and terror and saw the solution in the people's willingness to do better, to be better, to make a difference. Tonight I'm feeling optimistic, I opt for number 2!
So France don't worry, US don't worry, Iraq don't worry, Italy don't worry....today was Earth day, let's celebrate mother Earth with love for all of its creatures. The Earth is so beautiful, nature keeps it all under control, there will always be a balance, like Demand-Supply curves, like karma, like heaven and hell, like history...I need to go to bed, I'm B.S.ing a bit too much here:) G-night!

Thursday, April 19, 2007

The exercise of will consumes us; the exercise of power destroys us; but the pursuit of knowledge leaves our infirm constitution in a state of perpetual calm. So desire or volition is dead in me, killed by thought.


Honore de Balzac - La Peau de chagrin
Image:HBalzac.jpg


Another quote I cannot avoid to mention, it made me smile a lot. So I'm reading this book called "The Argumentative Indian", which I'm finding extremely interesting! It is a very deep yet clear and understandable analysis of today's Indian society/political situation etc. explained by Indian historical facts, religions, culture and other aspects. It breaks down MANY weastern stereotypes and even misleading information that has been taught to Indians in the past years from leaders of the BJP and their "remaking history", omitting part of the Indian cultural background and mostly its diversity in order to be more appealing to voters. The writer, Amartya Sen, has won the nobel prize for economics, and is also extremely knowledgeable in other subjects, which makes its books very complete, touching several topics and making them all come together, linking them to today's India. One of the things that I've read so far that impacted me a lot, is the story about this Muslim leader in India in the 16th century, named Akbar, who promoted dialogues and exchanges among different cultures and religions within India in order to have a richer, more dynamic and understanding society. And he did so also in his own life by surrounding himself in his political and social life by people from very different backgrounds and religions in order to learn more from them and be a better and more representative leader. Wow, no comment on that! Just need to look at today's Italy, France, USA, and many more...so much to learn guys! And from the 1500s, can you imagine?! 500 hundreds years ago a MUSLIM leader encouraged the integration and acceptance of all subcultures and religions...I would like to open the book in front of Bush's face and the stupid fears he transmits to the American people!
But yeah, about the funny quote! The title of the book comes from one of the author's argument, which is the fact that Indians like to talk a lot, argue and discuss topics. And he inserts a quote from Ram Mohun Roy, a 19th centry Bengali poet

"Just consider how terrible the day of your death will be. Others will go on speaking, and you will not be able to argue back."

So Indian! It brought back very nice memories...how nice to be immersed in such a different culture, there is so much to learn in this world! Lately I haven't been traveling as much (except for DC last weekend which was an amazing and fun roadtrip, visiting Landon and the US capital, partying with AIESECers...), but I can travel with my mind and I realized I can go so much further! And it's all up to me, my efforts and my imagination. No money, time or organization required, just ME. I've been enjoying challenging myself in many means, I feel like I've grown a lot...Desires and volitions are dead in me, killed by thoughts...

Monday, April 09, 2007

Few days ago I was hanging out in the back of my apartment. We have a little door that opens to the back of the apartment complex that opens the view to nothing really, just a fence that separates us from another house. Typical of my residential area, closed to all three of Columbia campuses. Hanging out in the quite night, alone, lost in my bothering thoughts that try to get me somewhere, somewhere across that fence, I see something running towards me. This little animal is attracted by my lonely presence and is running towards me. It's an ugly little thing, I think I know what it is: an opossum. I've seen another one before around my house that scared me to death. I thought it was a pretty cat and when I looked closer I realised I ran into this ugly big mouse with an ugly long tail. I didn't even wanted to see the ugly animal again, so I quickly ran into the apartment and locked the door. I tried to forget the ugly thing, but nothing gets forgotten in my mind, it only passes through and I usually move on with an additional thought bothering my mind. All those thoughts that don't leave me alone! So I was curious: why did that small ugly thing run towards me? My curiosity pushed me to open the door again tonight: and the opossum is right in front of it this time, not running towards me but just waiting, looking at me. It's still ugly and I'm still scared to look at it, so I quickly lock the door again and move back into the apartment, where I can feel safe. Will the opossum be there tomorrow? Will it be there another time during the day? Did it really know I was gonna come back? Why did I open the door again to check if it was still there? And was it really an opossum? I couldn't stare too much at it, it was too ugly for my pretty eyes (mes larges yeux aux clartes eternelles!). So I went ahead and researched on the internet. I googled: opossum, and found my friend there. Pictures, descriptions, scientifical facts. It's probably still there in front of my door but I won't dare looking at it...but researching it on the internet is ok!
Strange that this opossum is even in my mind...I realized it reminds me of my life. All of a sudden an important decision is coming towards me. Time is passing, tomorrow is the 10th, then the 11th, then exactly a month and I will graduate. Life after graduation seems ugly but I won't even dare looking at it! I lock the door as soon as I get a glance. I don't even know what it is but it's too ugly! And yet it's there, just out there, waiting for me. I can research it on the internet as much as I want, I can lock the door as many times, but as soon as I open it the opossum is right there waiting! So one day I will need to get the guts to stand close to my opossum, stare at it, realize what it is and make a new friend, interact with it! I probably won't start playing with wild animals but I get that it's time to look into life seriously, no more escapes, no more "but it's ugly". It's out there and waiting for me...and opossums can turn out being great friends too! But of course the internet won't tell you so...

Tuesday, April 03, 2007

George Orwell, Big Brother is watching your house - from thisislondon.co.uk 31.03.07

The Big Brother nightmare of George Orwell's 1984 has become a reality - in the shadow of the author's former London home.
It may have taken a little longer than he predicted, but Orwell's vision of a society where cameras and computers spy on every person's movements is now here.



Foresight: The cameras crowd George Orwell's former London home

According to the latest studies, Britain has a staggering 4.2million CCTV cameras - one for every 14 people in the country - and 20 per cent of cameras globally. It has been calculated that each person is caught on camera an average of 300 times daily. ...

C'è un Sarkozy per tutte le piogge - da La Stampa 3/4/07

Nella sua lettera ai francesi è europeista, euroscettico, liberista, protezionista

DOMENICO QUIRICO
PARIGI
Il libro è tutto riassunto nel titolo «Ensemble», insieme. Difficile che qualcuno dei lettori della Bibbia elettorale di Nicolas Sarkozy, scritta, assicura, «sulla base delle riflessioni maturate durante la campagna elettorale», possa sentirsi escluso da questo monumentale assembramento. Al prezzo di 14,90 euro in questa «lettera ai francesi» potranno trovare una parolina buona sia gli apprezzatori del capitalismo efficientista che i ruvidi antimondialisti sprezzatori del mercato; si sentirà arruolata nel suo campo la setta dei liberisti che invocano più privato e i conservatori arroccati nel volere «uno Stato ancora più forte». Io sono europeista, giura Sarkozy, ma due pagine dopo fa gli occhi dolci al «grido di dolore della Francia del no». Fornisce con foga cifre e indignazione ai denunciatori del debito pubblico «monumentale». Perfetto! Poi rifiuta «una politica dei sacrifici che demoralizzerebbe i francesi». A tutto porrà rimedio, alla fine, «il volontarismo» e la miracolosa «logica del risultato».

E' la sintesi suprema, la conciliazione degli inconciliabili che il candidato dell'UMP ha avviato fin dal suo discorso di investitura e che persegue tenacemente alla ricerca del consenso; che sembra interessarlo soltanto se universale, plebiscitario, totalizzante, senza sfumature. Nessuno è così estraneo distante o eretico, è il messaggio, da non poter entrare nel sacco elettorale di Sarkozy. Tutti sono ormai «miei cari compatrioti...»: così inizia il volume, nel più puro stile Chirac. Ai detrattori sembra la formula, abusatissima, di una Francia dove tutto si aggiusta, non si soddisfa nessuno ma si cerca di accontentare tutti.

Certo l'ex ministro degli Interni non si rinnega, anzi. Spira in questa campagna una certa brezza contro l'enarchia, il «dressage» delle élites che detengono lo Stato per diritto divino. A lui fa sempre comodo essere «uomo nuovo», «che è partito dall'ultima fila della sala e non dal banco di presidenza», uno sbullonatore della stabilità infiacchita dell'ordine. E così si rivolge, presentando il libro, alla «Francia esasperata»: con la foga di un rivoluzionario appena rientrato dall'esilio e non dalle confortevoli stanze del Palazzo. Questa rabbia la spiega con le sue parole d'ordine «per la contestazione della identità nazionale a causa di una immigrazione non controllata, per la frode, per gli sprechi». Ecco che dietro il riunificatore, riemerge dalla naftalina e troneggia e rimbomba il fiammeggiante Sarko: «Chi non vede che c'è un legame stretto tra la politica della immigrazione non controllata da 30 o 40 anni e l'esplosione sociale nelle nostre città?».

E' una evidenza di fronte a cui però molti recalcitrano, anche nel suo campo. Il premier Dominique de Villepin, che lo appoggia non si sa quanto di gusto, ha detto di «non essere del tutto d'accordo» con il contestato ministero della immigrazione e della identità nazionale. Simone Veil, che pure si è schierata al suo fianco, è stata ancora più severa nel distinguo: «Per me questo ministero è più grave che una imprudenza. Non capisco, la formula che Sarkozy usa è ambigua». Replica di Sarkozy: «Il controllo della immigrazione è un obbligo per salvaguardare il nostro patto sociale, se no salterà in aria».

Sul piano sociale Sarkozy non ha ritirato il progetto di servizio minimo in caso di sciopero nei servizi pubblici. In tema di licenziamento ha concesso che non crede a quello senza giusta causa ma aggiunge che le procedure «non possono essere troppo lunghe». Ai disoccupati, che la sua rivale Ségolène tenta con contratti agevolati a spese dello Stato e delle regioni, lui riserva una promessa, ma possente: «Mi impegno, se sarò eletto, a riportare il tasso di disoccupazione al cinque per cento alla fine della legislatura con una durata media di non più di cinque mesi». Fantascienza? Tutto è possibile in un paese dove l'istituto centrale di statistica ha rinviato all'autunno l'indagine e le cifre (vere) sulla disoccupazione.


Oh La France, la pauvre !

Monday, April 02, 2007

Intervento del segretario dei Ds, Piero Fassino - dal Corriere Della Sera

Salvare vite non è una resa

Il caso Mastrogiacomo e il caso Moro: analogie e differenze. La linea della fermezza allora, quella della trattativa oggi

Caro Direttore, una mia riflessione sul rapimento di Aldo Moro ha suscitato il commento di Sergio Romano, con le cui considerazioni (ieri sul Corriere) vorrei interloquire. Premettendo che le mie parole non avevano nulla di strumentale: non è per giustificare la trattativa per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo che mi sono chiesto se sia stato giusto arrivare al supremo sacrificio della vita di Aldo Moro.

Ho vissuto la terribile stagione del terrorismo a Torino che, per il suo valore simbolico di città Fiat e città operaia, fu assunta dalle Br come uno degli epicentri della loro offensiva. Il rapimento di Aldo Moro fu l’apice di quella lugubre stagione. E, superando iniziali reticenze e incertezze, la reazione democratica non poté che essere dura e intransigente. Ne fui partecipe e non mi sottraggo certo oggi alla responsabilità di aver condiviso la linea della fermezza. Ma ciò non mi impedisce, a trent’anni di distanza, di chiedermi se l’intransigenza di una giusta linea politica richiedesse obbligatoriamente l’accettazione del sacrificio di una vita. Si dice: «Se per Moro si fosse trattato, lo Stato avrebbe dato un segnale di resa ai terroristi».

Allora, nel vivo di uno scontro durissimo, condivisi questa impostazione. Oggi sono meno sicuro. Non sta scritto, infatti, che una trattativa per salvare una vita umana debba necessariamente comportare la resa alle ragioni di chi a quella vita attenta. Non credo affatto che se avessimo ottenuto la liberazione di Moro, la nostra lotta al terrorismo sarebbe diventata poi meno intransigente. Né credo che sarebbe aumentato il consenso verso i terroristi. E, insieme alla vita di un uomo, avremmo forse anche salvato la Repubblica da una lacerazione politica e istituzionale che negli anni successivi avrebbe prodotto conseguenze dirompenti. In guerra — e quella con il terrorismo era una vera guerra — lo scambio di prigionieri è procedura contemplata e a cui si ricorre senza che nessuno dei contendenti rinunci alle proprie ragioni e riduca la propria determinazione nel conflitto. D’altra parte vorrà pure dir qualcosa che, dopo l’epilogo tragico della vicenda Moro, per tutti i rapimenti successivi — dal giudice D’Urso all’assessore Cirillo — si sia adottata una linea assai più flessibile, puntando alla liberazione con il ricorso a trattative o a intermediazioni.

E in anni più recenti ogni volta che un giornalista, un cooperante di Ong, un tecnico professionale sono stati rapiti in Cecenia, in Somalia, in Iraq, in Afghanistan, in Nigeria, si è scelto sempre di privilegiare l’obiettivo umanitario e di salvare una vita. E lo si è fatto senza mutare le scelte politiche o gli impegni militari a cui l’Italia era tenuta. La liberazione delle due Simone, cosicché come di Giuliana Sgrena, non hanno mutato l’impegno dell’Italia in Iraq. Così come la liberazione di Mastrogiacomo non ha ridotto le nostre responsabilità verso l’Afghanistan: duemila soldati italiani erano lì prima del rapimento e duemila soldati italiani sono lì anche oggi, ad assolvere con determinazione il mandato loro affidato da Onu e Nato. D’altra parte, a conferma che una linea umanitaria non è così priva di senso, è significativo che durante i rapimenti — quando la vittima è nelle mani dei suoi carnefici—nessuno osa contestare la ricerca di contatti e l’avvio di trattative con i rapitori. Il punto non è, dunque, se trattare o no, ma come salvare una vita senza che questa scelta alteri o stravolga la coerenza di una linea politica e gli impegni per la stabilità, la sicurezza e la pace che il nostro Paese è chiamato ad assolvere.

Piero Fassino
02 aprile 2007

Strada: "Governo italiano vile e servo degli Usa" - da La Stampa

"Credo che dietro questa vicenda ci sia Washington e ho avuto conferme"
GUIDO RUOTOLO
ROMA

«Noi abbiamo un governo di servi e di vigliacchi. Servi degli americani e vigliacchi perché non sono in grado neanche di difendere chi lavora per loro. Questo resti tra di noi, perché lo scrivo in un articolo». Domenica delle Palme. Gino Strada non si dà pace: «Speravo che l’Italia fosse un Paese che voleva vivere in modo diverso dalla logica dei Rambo delle bombe, purtroppo non è così». Il fondatore di Emergency è a Roma e aspetta con tutta la rabbia possibile che il suo Rahmatullah, fermato dai servizi segreti afghani e in carcere a Kabul senza che si sappiano le contestazioni, possa tornare libero. Il giorno dopo la manifestazione di Emergency a piazza Navona, Strada insiste: «Voglio che Prodi ufficialmente chieda a Karzai la liberazione di Rahmatullah».

Strada, l’è mai venuto il sospetto, in questi giorni, che il governo italiano sapesse che Rahmatullah sarebbe stato arrestato?
«No. Sinceramente no. Il ministro della Sanità afghano con me è stato molto chiaro - tra l’altro mi ha detto che si dimette se noi di Emergency andiamo via - e ha chiesto a Prodi un intervento diretto su Karzai, per chiedere la liberazione di Rahmatullah. Prodi ancora una volta ha tergiversato, chiamandolo solo dopo che Rahmatullah era stato trasferito a Kabul. Naturalmente io non so mai cosa si dicano al telefono ed è per questo che noi vogliamo una richiesta ufficiale da governo a governo, pubblica, scritta. Perché non ci fidiamo di quello che si dicono tra domestici della cucina».

Lei ha sostenuto che l’arresto di Rahmatullah è una vendetta contro Emergency. Una tesi che convince poco se è vero che il ministro della Sanità ha minacciato le dimissioni se Emergency lascerà l’Afghanistan e ha ammesso che l’unico che può fare qualcosa è Karzai...
«Ho l’impressione che dietro questa vicenda ci siano chiaramente gli americani. L’ha confermato il ministro della Sanità dicendo che dietro ci sono “mani invisibili”. Io, di fronte all’ambasciatore italiano, gli ho detto: “Caro ministro, le mani saranno anche invisibili ma le uniformi a stelle e a strisce sono riconoscibilissime”. Lui si è messo a ridere, annuendo. Nella partita sono coinvolti tre governi che formalmente sono alleati tra loro, che poi due dei tre governi alleati arrestino qualcuno che ha lavorato per conto del terzo governo alleato è una follia».

Emergency, Palazzo Chigi, Karzai. I tre protagonisti della trattativa per il rilascio di Mastrogiacomo. Quel che ha fatto Rahmatullah era stato concordato?
«Non ha fatto nulla che io non gli dicessi di fare, dopo averlo concordato direttamente con il presidente del Consiglio, con il ministro degli Esteri, con l’Unità di crisi della Farnesina e con l’ambasciatore italiano a Kabul».

Perché quando Rahmatullah torna all’ospedale di Lashkar Gah con Mastrogiacomo non c’è anche l’interprete Adjiamal?
«E’ questo quello che vorrei sapere anch’io. Ero addirittura convinto che Adjimal fosse in casa nostra. Quando ho visto uno che non conoscevo ho detto a Rahmatullah “ah, c’è qui anche Adjiamal...”. E lui mi ha detto di no, che era un nostro autista appena assunto che non conoscevo ancora. In quella occasione Rahmatullah mi ha detto che Adjiamal era stato liberato ed era andato via con un altro gruppo. Se fosse libero Rahmatullah ne sapremmo qualcosa di più. La mia impressione è che Adjiamal sia il riciclo dell’ostaggio. Insomma, che Dadullah lo libera dopodiché viene consegnato a qualcuno che invece di liberarlo lo trattiene per guadagnarci qualcosa».

Ma Dadullah ha rivendicato il sequestro dell’interprete Strada, nel corso dei suoi tre contatti telefonici con Dadullah, era chiaro che l’oggetto dello scambio erano i due ostaggi?
«Sì. Non voglio fare commenti ma il governo italiano nei colloqui con me non ha mai neanche nominato Adjiamal. Però immagino che fossero d’accordo sul fatto che noi l’avessimo chiesto. Su questo non voglio aprire una polemica. Era convinto che sarebbe tornato anche lui con Daniele e Rahmatullah».

Cosa vi siete detti con Dadullah?
«L’ho salutato con tutti i salamelecchi che conosco e poi gli ho passato un interprete. Noi abbiamo sempre chiesto esplicitamente che fosse liberato anche Adjimal. Come e perché non sia successo, questo veramente non lo so, non abbiamo avuto tempo per capirlo. Rahmatullah la mattina alle cinque lo hanno ingabbiato».